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                                      Carità e inclusione sociale dei poveri in Papa Francesco:
                                          alcuni principi e motivazioni dell’agire in Caritas
                      di mons. Massimo Marasini, Delegato Vescovile per la Pastorale della Carità


Il mio intervento desidera interpretare quel senso diffuso di forte trepidazione e rinnovata attenzione che la Chiesa sta vivendo verso il tema delle povertà attraverso lo slancio apostolico di Papa Francesco e presentare alcune considerazioni per accoglierlo concretamente in una testimonianza virtuosa del nostro essere Chiesa diocesana in Alessandria.
In verità tutti noi siamo consapevoli di poter leggere come “segno dei tempi” la globale crisi economica, trasformando l’oggettiva situazione di inquietudine e sofferenza in un’opportunità di rinnovata solidarietà.
A tal fine desidero riportare alcune affermazioni contenute nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, e alla loro luce proporre delle riflessioni tese a tradurre gli auspici del pontefice in possibili percorsi ecclesiali.

Leggiamo da essa: Dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società.
Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo ( EG 186).
Già Benedetto XVI nella Lettera Apostolica di indizione dell’Anno della Fede aveva ricordato l’intima connessione tra fede e carità sottolineando che la fede che si rende operosa per mezzo della carità (Gal 5,6) diventa un nuovo criterio di intelligenza e di azione che cambia tutta la vita dell’uomo.
Risulta perciò evidente come ogni realtà ecclesiale sia chiamata a verificare se la fede sia sostenuta della testimonianza delle opere e se dall’esperienza veramente autentica di Cristo maturata nella liturgia scaturisca una rinnovata attenzione verso il povero, che oggi abita i luoghi e le prossimità di una società che rischia proprio nell’indifferenza e nel rassegnato fatalismo di legittimare ingiustizie ed egoismi collettivi.
Evidente ed impegnativa la portata delle affermazioni papali: questa vocazione verso i più poveri non può essere relegata ad una eventuale generosità personale sine cum grave incommodo, come dicevano i moralisti, cioè senza scomodarsi troppo, oserei tradurre, ma diventa una questione di fedeltà allo stesso Vangelo. Anzi, afferma Benedetto XVI nel proemio del moto proprio sul servizio della carità del 2012: L'intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della Parola di Dio (kerygmamartyria), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia), servizio della carità (diakonia). Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro (Lett. enc. Deus caritas est, 25). Anche il servizio della carità è una dimensione costitutiva della missione della Chiesa ed è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza.
Tale ottica ci chiama a considerare la vita ecclesiale con un’ulteriore attenzione. Spesso l’approccio tipico alla vita parrocchiale passa attraverso celebrazioni in occasione di momenti importanti della propria vita come battesimi, matrimoni e funerali, prima comunione e Cresima. La scommessa pastorale ordinariamente consisterebbe nello stimolare tali persone ad una maggiore partecipazione liturgica e talvolta anche a momenti formativi. Non sempre però si indica la strada dell’impegno caritatevole in termini altrettanto essenziali e, appunto, costitutivi. Una carenza che poi finisce per dissociare la propria professione di fede a ciò che di buono si è chiamati a fare nel suo nome. Da notare, invero, come la nostra realtà alessandrina si distingua onorevolmente per la presenza di tante associazioni di volontariato la quale, però, anche nei credenti così coinvolti, rischia di afferire ad una dimensione del vivere civile quasi parallela e non intersecata con la propria testimonianza di cristiani.
Ecco il primo fronte di rinnovato impegno della caritas. Essa, infatti, viene chiamata ad essere coscienza critica, stimolo propositivo, strumento di formazione ed educazione al fine di promuovere ai vari livelli una testimonianza cristiana fedele alla radicale predilezione verso i poveri a cui tutta la Chiesa viene interpellata. E ciò va riproposto con forza alle comunità parrocchiali. Infatti la parrocchia costituisce ancora oggi, di fatto, il primo ordinario percorso di Chiesa al quale ogni cristiano viene chiamato sin dalla sua nascita, per poi vivere, attraverso l’iniziazione cristiana, l’auspicabile ingresso nella fede adulta e responsabile.
La caritas parrocchiale, dunque. Essa, o meglio quei fedeli che insieme al sacerdote si prestano in tal senso, viene chiamata a sensibilizzare la propria comunità ad una formazione spirituale attenta alla carità operosa, la tiene informata e la coinvolge nelle iniziative di carattere diocesano; certamente mette la più puntuale conoscenza delle realtà del proprio territorio al servizio di una testimonianza di solidarietà più concreta.
D’altra parte i diversi ambiti di impegno, nel necessario dialogo con tutta la società civile nella quale diversi interlocutori prescindono dal riferimento cristiano, vanno vissuti in un unico respiro ecclesiale con il quale coniugare, nell’agire sociale, solidarietà con sussidiarietà.

In questa ottica, nel rappresentare schematicamente una virtuosa messa in rete dell’impegno ecclesiale diocesano mi sentirei di elencare come necessari protagonisti: la Caritas diocesana come il luogo della programmazione e della formazione del disegno unitario del cammino diocesano. Centro organizzativo e di supervisione del sostegno a quelle strutture operative necessarie per le risposte emergenziali ai bisogni e alla dignità dei più poveri.
Alcune realtà associative maggiormente impegnate come “bracci operativi” per realizzare i predetti servizi di carattere generale, con il necessario e auspicabile interfacciamento con patners, enti pubblici e benefici attraverso il quadro normativo previsto sostanzialmente per le ONLUS.
Le associazioni di ispirazione cristiana, che hanno nei principi fondativi finalità solidaristiche, chiamate a mettere al servizio del cammino diocesano le proprie competenze ed energie, nel rispetto delle legittime autonomie statutarie. Le Caritas parrocchiali che potrebbero innanzitutto monitorare le esigenze del territorio, operare in sinergia con la Caritas centrale e le realtà associative, e, a seconda della sensibilità e capacità delle singole comunità, farsi carico di quelle situazioni di disagio e povertà che abitano la loro prossimità, nel desiderio di conservarle in quella dignità spesso pudica e riservata che rischia di essere progressivamente annullata.

La necessaria pianificazione di ogni progetto pastorale, che stimoli l’espressione autentica della carità cristiana, deve però essere pensata in una sua peculiare prospettiva. Si tratta di vivere quella identità motivazionale che per il Papa dovrebbe distinguere l’azione della Chiesa dalle altre pur benemerite Organizzazioni Non Governative (ONG) che operano filantropicamente. Scrive infatti nell’Evangelii Gaudium: Il nostro impegno non consiste esclusivamente in azioni o in programmi di promozione e assistenza; quello che lo Spirito mette in moto non è un eccesso di attivismo, ma prima di tutto un’attenzione rivolta all’altro « considerandolo come un’unica cosa con se stesso. Questa attenzione d’amore è l’inizio di una vera preoccupazione per la sua persona e a partire da essa desidero cercare effettivamente il suo bene. Questo implica apprezzare il povero nella sua bontà propria, col suo modo di essere, con la sua cultura, con il suo modo di vivere la fede. L’amore autentico è sempre contemplativo, ci permette di servire l’altro non per necessità o vanità, ma perché è bello, al di là delle apparenze. Dall’amore per cui a uno è gradita l’altra persona dipende il fatto che le dia qualcosa gratuitamente. Il povero, quando è amato, è considerato di grande valore, e questo differenzia l’autentica opzione per i poveri da qualsiasi ideologia, da qualunque intento di utilizzare i poveri al servizio di interessi personali o politici. Solo a partire da questa vicinanza reale e cordiale possiamo accompagnarli adeguatamente nel loro cammino di liberazione (166).
Sono necessarie a riguardo alcune focalizzazioni che intendo proporre con grande rispetto verso tutti coloro che operano nel sociale e nella consapevolezza che i primi a doverci convertire all’invito del pontefice siamo innanzitutto noi. La solidarietà cristiana richiede che non ci si limiti a rispondere a dei bisogni materiali o economici ma si accompagni e sostenga la persona verso un cammino virtuoso di (ri)scoperta della sua dignità nello stile evangelico. Essa ci chiede di condannare il peccato ma non il peccatore, di testimoniare autenticamente i valori cristiani della vita, di promuovere nella persona un maturo discernimento tra bene e male, entrando nel mondo del sofferente come il buon samaritano per portare una parola di speranza ed affermare che Dio perdona e giustifica chi si affida a Lui con cuore sincero.
Non sembri questo atteggiamento una sorta di intromissione nella sfera religiosa dell’individuo oppure l’espressione talebana di un’imporsi nella fede attraverso la solidarietà. Verità e carità insieme conducono l’uomo al vero bene e il necessario riscatto da vizi e dipendenze non può “bypassare” l’attenzione etica all’accompagnamento.
Mi spiego. Anche i recenti incontri di formazione, che mensilmente i volontari stanno vivendo partendo dalla considerazione delle cause attuali delle indigenze, hanno evidenziato come spesso l’intreccio tra povertà materiale e morale sia complesso ed ineludibile. Pensiamo alle ludopatie: prima che il processo psicologico di dipendenza si tramuti in una vera e propria patologia, il soggetto entra nella spirale del gioco attraverso una fragilità, una concezione illusoria del facile guadagno, dentro una società virtuale fatta di sola affermazione di se stessi attraverso la quantità delle cose che si posseggono.
In questo clima, superata la tentazione di fare del facile moralismo, comprendiamo come forse il luogo dell’ascolto e dell’accoglienza non sia meno importante dell’agenzia che dà risposte concrete al bisogno. Se è così ecco l’opportunità di costituire luoghi tali che non siano paragonabili e semplici servizi aperti al pubblico o una sorta di ufficio reclami.
Scrive infatti ancora il Papa: desidero affermare con dolore che la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale. L’immensa maggioranza dei poveri possiede una speciale apertura alla fede; hanno bisogno di Dio e non possiamo tralasciare di offrire loro la sua amicizia, la sua benedizione, la sua Parola, la celebrazione dei Sacramenti e la proposta di un cammino di crescita e di maturazione nella fede. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria.( EG 197).

Nipote caro, vittima di bullismo
Giuseppa Maria Pace


A te che hai ceduto il passo,
avanti a chi ti calpestava
che hai smesso di lottare
per la paura, forse, di far sapere
con il verbo il patimento del tuo petto.

Dell’amore ti sei perso l'estasio
hai ceduto solo all’effimero tranello dell’ipocrisia dei vermi
che ti hanno aggredito in branco.

A te che, fanciullo, giacevi fra candide lenzuola vittima del tuo stesso coraggio
e quel bip che riportava
a noi l’angoscia del lamento
non si stemperano, come pugnale dentro il petto diventano vuote le parole.

Hai, solo, chiuso gli occhi al mondo ma del tuo dolore, la catena
su di una trave ci racconta,
e nella profondità dello sguardo
di tua madre ristagneranno lacrime perenni.

Hai scelto una catena per fermare il soffio della vita,
il tuo collo, forse un gioco o forse più che un tormento.

Del tuo faccino rosa m’è rimasto l’incanto del momento, le labbra imbronciate
come volessi fingere di dormire o,
per fuggire dagli affanni
di questa maledetta adolescenza.

Ti ho guardato, e il sul viso
di tuo padre anni di dolore
come se, il passato fosse rifiorito arrogante
a rubargli quell’amato figlio che del coraggio fu convinto.

Ti ho guardato ed ho colto il tuo di dolore dietro l’inganno di un serafico sorriso sbocciato solo da un singulto
o solo un languido anelito.
Ti ho guardato ed in te ho visto i miei capelli, sul viso le mie stesse ombre,
sei stato la chiave tu stesso del mio scrigno celato agli occhi
contavo tredici anni.

Hai segnato forte il mio tempo
e col rimpianto mi è rimasto il tuo l’inutilità dei rancori mi appariva franca ci voleva la morte per riportar la VITA.

Se solo avessi allungato quella mano
se non avessi ceduto alla speranza certa di vederti domani Domani è diventato ieri e con te
nipote mio caro
sconfinato mi resta il dolore.

Se solo non avessi aspettato tanto forse avrei colto il tuo tormento
ti avrei teso una mano
offerto una speranza
perché dei tormenti dell’adolescenza la mia anima ne è colma.

Ho ceduto più per pigrizia che per rancore lasciando che lo spazio
diventasse muro
Oggi ho perso te e con te la mia storia

Con te nipote mio,
da oggi avanzerà il mio tempo in un legame indissolubile mi camminerai accanto.